«Poteva andare peggio! Rispetto a come si temeva che andasse a finire possiamo tirare un sospiro di sollievo». È il quadro finale della campagna 2026 di produzione e raccolta del pomodoro da industria nel bacino meridionale, così come lo dipinge Luciano Simonetti, presidente dell’Op Associazione produttori ortofrutticoli partenopea (Apopa) di Caivano (Na), i cui soci nel 2026 ne hanno prodotto circa 2,8 milioni di quintali fra Campania, Puglia, Basilicata, Molise, Lazio, Umbria e Calabria.
Pomodoro da industria, 38.700 ettari al Sud

«Non sto dicendo che la campagna è andata bene, ma che sicuramente poteva essere andata peggio. Sulla base dei dati censiti e stimati Puglia, Campania e Basilicata hanno coltivato a pomodoro da industria circa 38.700 ettari. Questi, sommati ai 50.000 ettari del Nord Italia, danno una superficie totale di oltre 88.000 ettari, una enormità rispetto ai valori storici della coltura. Dopo due annate consecutive di crisi idrica e di mancanza di acqua per irrigare, quest’anno l’improvvisa disponibilità di risorse irrigue ha stimolato l’aumento della superficie coltivata. Nel Foggiano le piogge invernali e primaverili hanno riempito le dighe, in particolare quella di Occhito. Ad aprile gli invasi colmi di acqua hanno spinto gli agricoltori foggiani a investire e trapiantare oltre misura, altrimenti il bacino meridionale si sarebbe attestato sui consueti 32.000-34.000 ettari».
Rese medie buone, scarti eccessivi e prezzi regolari
Il timore, sottolinea Simonetti, era un eccesso di produzione e di offerta, che avrebbe potuto ripercuotersi negativamente sull’andamento del mercato e sui prezzi ai produttori agricoli.
«Abbiamo prodotto in linea con gli investimenti effettuati, ma non in quantità eccessive. Le rese medie si sono attestate su circa 800-900 q/ha, che costituiscono un risultato più che buono, con valori leggermente inferiori solo nell’Alto Potentino. Inoltre il pomodoro campano, notoriamente più precoce, non si è accavallato con quello foggiano, più tardivo, senza quindi ingolfare le industrie di trasformazione e causare problemi per la disponibilità di autotreni e camion per il trasporto dalle campagne alle industrie. L’unico problema è che le industrie sono state più puntigliose del solito nel rilevare ed eliminare quelli che a loro dire erano scarti di produzione, che infatti sono risultati più consistenti degli altri anni. Ma le industrie hanno rispettato i pezzi concordati:
- 14 €/q per il tondo,
- 15 €/q per il lungo,
- 22 €/q per il pomodorino,
- una integrazione di prezzo di 4,50 €/q per il biologico».
Com'è andata la campagna al nord
Pomodoro da industria, al Nord rese tra le più basse dal 2011
Qualità alta, unico problema l’eriofide rugginoso
Se le medie sono state più che accettabili, anche la qualità si è mantenuta dovunque su alti livelli.
«L’andamento meteorologico estremamente caldo ha impedito lo sviluppo di malattie fungine, che sono notoriamente favorite da un clima caldo-umido. L’unico problema serio è stato costituito dall’eriofide rugginoso, che abbiamo potuto contrastare grazie all’impiego in deroga dello spirotetramat. Le Op agricole chiedono la possibilità dell’utilizzo in deroga anche per l’anno prossimo, invece le industrie di trasformazione si oppongono perché la grande distribuzione, sulla spinta dei consumatori dei paesi europei centrosettentrionali, non vuole la presenza di suoi residui, neanche entro i limiti di legge. Su questo punto si è creata per il momento una spaccatura fra parte agricola e parte industriale nel comitato congiunto che da quasi 30 anni redige il disciplinare di produzione».










