Biostimolanti, tra ricerca e limiti: la strada verso un’agricoltura più sostenibile

Dalla ricerca alle applicazioni in campo, i biostimolanti mostrano grandi potenzialità ma anche alcuni nodi da affrontare: il punto su opportunità e criticità del settore

La ricerca può individuare soluzioni che migliorino qualità e sostenibilità delle produzioni, ma rimane la difficoltà di sostituire integralmente i prodotti chimici tradizionali con alternative efficaci, in un contesto di regole europee percepite come più stringenti rispetto a quelle applicate ad altre aree produttive mondiali.

Centrale, dunque, la necessità di una sinergia tra istituzioni, ricerca e imprese per garantire sostenibilità non solo ambientale, ma anche economica. Questo, in sintesi, il messaggio centrale di una giornata di studio interamente dedicata ai biostimolanti in agricoltura, evento promosso da Upm Biochemicals, divisione della Upm-Kymmene Corporation, multinazionale finlandese con sede a Helsinki (Finlandia). L'evento si è svolto presso il Dipartimento di Agraria dell’Università degli studi di Napoli Federico II.

Biostimolanti: funzioni, limiti e prospettive

Youssef Rouphael, docente di orticoltura e floricoltura dell’Università degli studi di Napoli Federico II, ha offerto una panoramica generale: i biostimolanti sono utilizzati principalmente per aumentare la resistenza agli stress abiotici (39%), migliorare la qualità delle produzioni (33%) e ottimizzare l’assorbimento dei nutrienti (26%). Risultano particolarmente efficaci su orticole, vite e fruttiferi, con incrementi produttivi medi del 20%.

Non esiste, tuttavia, un “biostimolante ideale”: ogni coltura, ambiente e tecnica agronomica richiedono risposte mirate. Fondamentale quindi valutare tipologia, dosaggi, modalità e tempi di applicazione, spesso in combinazione con altri strumenti. In media, l’incremento produttivo si attesta tra il 5 e il 15%, ma mancano ancora prove su larga scala in azienda agricola.

Rouphael ha inoltre evidenziato due fronti cruciali: la variabilità delle materie prime (ad esempio le alghe, influenzate da origine e fase di raccolta) rende complessa la standardizzazione dei prodotti; le prospettive future riguardano l’impiego combinato con l’agricoltura di precisione, lo sviluppo di prodotti ibridi biostimolanti-biopesticidi e le innovazioni nel nanoincapsulamento, che consentirebbero un rilascio graduale ed efficace.

Normative e mercato: i nodi da sciogliere

Sul fronte regolatorio, Lorenzo Gallo, di Assofertilizzanti, ha sottolineato l’urgenza di una armonizzazione europea. Attualmente, in Italia non è ancora stata recepita la nuova normativa e i biostimolanti microbici possono contenere solo quattro microrganismi autorizzati. Ogni prodotto deve inoltre dichiarare in etichetta una delle quattro funzioni riconosciute: migliorare l’efficacia dei nutrienti, ridurre gli stress abiotici, aumentare la qualità delle produzioni o incrementare la disponibilità di nutrienti nel suolo.

Le aziende chiedono di ampliare il numero di microrganismi autorizzati (+52 richiesti) e le fonti di materie prime utilizzabili (+82 richieste), anche nell’ottica di un’economia circolare che valorizzi sottoprodotti agricoli e zootecnici. La relazione della Commissione UE sulle richieste è attesa per luglio 2026.

Dalla ricerca alla pratica: esperienze e sperimentazioni

Stefania De Pascale, ordinaria di orticoltura e floricoltura dell’Università degli studi di Napoli Federico II, ha posto l’attenzione sugli idrolizzati proteici vegetali per gli ortaggi da foglia, evidenziando come le prove condotte siano cruciali anche in relazione alle problematiche legate all’azoto (Direttiva nitrati) e alla necessità di proteggere ambiente e salute umana, riducendo al contempo costi economici e ambientali e facendo fronte alla crescente carenza di materie prime.

Gli idrolizzati derivano da miscele di polipeptidi e oligopeptidi ottenuti da biomasse vegetali, ma anche da sottoprodotti dell’industria della pelle e della pesca. Tuttavia, quelli di origine vegetale risultano i più promettenti e sostenibili. È stata dimostrata la loro attività auxino-simile e un’azione sinergica con Trichoderma atroviride, che ne incrementa le colonie. Inoltre, stimolano l’espressione genica di enzimi coinvolti nell’assorbimento dell’azoto, migliorando resa, qualità ed efficienza d’uso dei nutrienti. Gli effetti più evidenti si sono avuti sulla lattuga, con un incremento del 42% del peso fresco, confermando il potenziale di questi biostimolanti nel ridurre le concimazioni azotate senza penalizzare le produzioni.

Gli scenari economici dell’orticoltura mediterranea sono stati analizzati da Teresa Del Giudice, docente di Economia e Politica Agraria della Federico II di Napoli, che ha sottolineato opportunità e rischi legati alle nuove sfide europee: riduzione dei pesticidi, resilienza idrica, nuove fonti di reddito (carbon credit), fino alla necessità di “cambiare la narrazione” nei confronti dei consumatori.

Silvana Francesca, sempre dell’Università degli studi di Napoli Federico II, ha presentato ricerche sul pomodoro, evidenziando gli effetti positivi dei biostimolanti e delle nuove tecniche genomiche nel mitigare stress termici e idrici.

Alcune soluzioni

Suvi Pietarinen, della Upm Biochemicals, ha illustrato Solargo, biostimolante con base vegetale polifenolica (derivata dalla lignina di alberi ad alto fusto, come il pino silvestre) che rilascia polifenoli, precursori di acidi umici e fulvici, e il microrganismo Trichoderma virens ceppo GV41, selezionato, che funziona in sinergia con la base polifenolica.

Pertanto, combina lignina e funghi (Trichoderma), 100% biobased e con meccanismo sinergico tra acidi umici e microrganismi.

I risultati dell’impiego di biostimolanti su lattuga e rucola sono stati presentati da Stefania Lanzuise, dell’Università degli studi di Napoli Federico II, che ha mostrato come i biostimolanti, integrati con una fertilizzazione azotata ridotta, possano mantenere o aumentare le rese delle specie oggetto di studio, migliorandone al contempo la qualità nutrizionale.

L’impiego delle bioformulazioni Solargo® hanno mostrato particolare efficacia sul pomodoro, con incrementi significativi di resa e contenuto proteico, come illustrato da Cono Vincenzo del CREA di Pontecagnano.

Antonio Pandolfi, del RES Agraria di Teramo, ha descritto prove su colture estensive (pomodoro, mais, frumento, soia), mostrando come i biostimolanti possano consentire riduzioni fino al 50% della concimazione azotata senza penalizzare la produttività, anzi migliorando efficienza e tolleranza agli stress.

Conclusioni e prospettive

La giornata di Portici ha messo in evidenza un settore in rapida evoluzione, sospeso tra grandi potenzialità e questioni ancora aperte. I biostimolanti non sono la soluzione unica, ma un complemento fondamentale per l’agricoltura del futuro: strumenti che, se integrati con le tecniche colturali e supportati da una cornice normativa chiara, possono contribuire a coniugare produttività, qualità e sostenibilità.

La sfida ora è duplice: da un lato continuare la ricerca scientifica per comprendere i meccanismi d’azione e trasferire i risultati su larga scala, dall’altro costruire un quadro normativo e di filiera armonizzato che sostenga imprese e agricoltori in questa transizione.

Biostimolanti, tra ricerca e limiti: la strada verso un’agricoltura più sostenibile - Ultima modifica: 2026-04-23T12:10:29+02:00 da Alessandro Piscopiello

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