Identità del comparto florovivaistico e riforma legislativa, difesa fitosanitaria e mancanza di mezzi tecnici adeguati, carenza di torba e ricerca di substrati alternativi, autonomia energetica, resilienza climatica e risorse idriche. Sono i temi trattati nel corso dell’evento "Florovivaismo: asset strategico del Made in Italy" organizzato dall’Associazione florovivaisti italiani (Afi), aderente alla Cia – Agricoltori italiani, presso l'Auditorium Giuseppe Avolio a Roma. Temi che corrispondono alle sfide concrete - delineate anche nel Documento Programmatico 2026-2030 presentato nell’occasione - che il comparto florovivaistico è chiamato ad affrontare con urgenza. Anche perché, in un tempo in cui il florovivaismo italiano conta 3 miliardi di euro di fatturato, 24.000 imprese e oltre 100.000 addetti specializzati, per l’Afi è giunto il momento di trasformarne il peso economico in un riconoscimento politico.
Legge delega sul florovivaismo

Quanto mai urgente, ha ribadito l’ex presidente dell’Afi Aldo Alberto, florovivaista di Albenga (Sv), è l’approvazione della legge delega n. 102/2024 e dei relativi decreti attuativi, essenziali per dare al comparto una chiara identità giuridica e normativa e facilitare l'accesso ai fondi strutturali.
«Il nostro comparto è ricco di tante sfaccettature, è un asset strategico del made in Italy, negli ultimi anni si è fatto sentire, ma non ha ancora un riconoscimento giuridico. Attualmente al Masaf non sappiamo con chi andare a parlare dei nostri problemi. La legge delega è importante perché inquadra e riconosce formalmente il comparto e, fra l’altro, prevede per esso anche un ufficio dedicato presso il Masaf. Ci aspettiamo, quindi, che la legge delega venga finalmente approvata entro questa legislatura».
Il paradosso fiosanitario

Il paradosso fitosanitario, cioè la messa fuori legge di numerose molecole chimiche in assenza, però, di alternative valide per la difesa di fiori e piante in vaso, è stato al centro dell’intervento della neopresidente dell’Afi, Emanuela Milone, vivaista di Lamezia Terme.
«Siamo chiamati a produrre di più con meno, a garantire maggiore quantità e qualità con minore impiego di risorse e minore impatto ambientale. Ma vogliamo essere messi nelle condizioni di operare in tale direzione, perché per noi florovivaisti i prodotti fitosanitari sono mezzi tecnici di produzione importanti, decisivi proprio per ottenere la quantità e la qualità che ci vengono richieste. La progressiva riduzione dei principi attivi ammessi impatta su tutta l’agricoltura, ma in maniera particolare sul comparto florovivaistico, perché quelli rimasti registrati per l’utilizzo in vivaio sono pochi. E questo ci spaventa, anche perché siamo attenti ai meccanismi antiresistenza! Da gennaio 2027 il quaderno di campagna sarà digitale, ebbene, che cosa scriveremo in tali quaderni per rimanere nella legalità? Prima dei divieti vogliamo alternative valide, cioè prodotti per il biocontrollo e varietà resistenti, anche con l’ausilio delle nuove tecniche genomiche».
Dalla torba ai substrati alternativi

Il vincolo dell’utilizzo della torba è diventato un problema, ha sottolineato Lisa Trinci, vivaista di Pistoia.
«Il florovivaismo italiano ha potuto contare fino a ieri su un ingrediente unico per la coltivazione in vaso, la torba. Su essa abbiamo creato protocolli di concimazione e turni di irrigazione che ci hanno permesso di ottenere quantità e qualità di piante molto concorrenziali. Purtroppo oggi e ancora più domani non c’è e non ci sarà più tanta disponibilità di torba, per problemi climatici, geopolitici, ecc.
Dobbiamo essere realisti e cercare substrati alternativi alla torba. Tuttavia, malgrado le sperimentazioni in atto, mancano alternative già disponibili su larga scala. Peraltro la torba è un substrato molto elastico, adatto sia nei cicli brevi sia in quelli lunghi. Non esiste, però, un sostituto simile, perciò dobbiamo affacciarci a soluzioni specifiche, cioè substrati diversi per differenti colture, che si comportano diversamente dalla torba. Occorrono prove, tempo, investimenti. Perciò chiediamo supporto e sostegno sia alla scienza sia alla politica in questo complesso periodo di passaggio dalla torba a substrati alternativi».
Più spazio a fotovoltaico integrato e biomasse

Il passaggio verso l'autosufficienza tramite il fotovoltaico integrato nelle strutture e le bioenergie, allo scopo di proteggere i margini aziendali dalle fluttuazioni dei mercati energetici, è ancora molto lento, ha evidenziato Erri Faccini, vivaista di Stienta (Ro).
«Cia promuove l’autosufficienza energetica, per cui l’Afi ha una visione di transizione sostenibile verso le energie rinnovabili, anche per calmierare gli attuali costi instabili dell’energia. Siamo perciò interessati all’espansione dell’agrivoltaico, come la copertura delle serre con il fotovoltaico integrato. Ci scontriamo però con clausole normative e intralci burocratici che non concedono abbastanza libertà per fare investimenti, se non accettando ulteriori e ingiustificati costi. Anche le biomasse costituiscono un’ottima opportunità, ma il quadro normativo resta ugualmente complesso. Sarebbe opportuno che la politica snellisse le procedure e concedesse al nostro comparto, che, ricordiamolo, produce piante verdi, una corsia preferenziale».
Pianificazione strategica per l’irrigazione
Altro problema cruciale vissuto al comparto florovivaistico, ha aggiunto Milone, è quello della carenza e spesso insufficienza di risorse idriche. «L’acqua è essenziale per la vita delle nostre piante, ma nella misura giusta. Invece a causa dei cambiamenti climatici l’acqua o è troppa o è poca. Occorre passare dalla rincorsa dell’emergenza a una pianificazione strategica che preveda infrastrutture per l’accumulo di acqua e innovazione tecnologica per razionalizzare il consumo dell’acqua disponibile».








