L'innovazione tecnica in orticoltura ha bisogno di innovazione sociale. In altre parole, non dipende solo dalle nuove tecnologie, ma anche dalla capacità di mettere in rete competenze ed esperienze che sappiano utilizzarle adeguatamente. È questo lo spirito con cui si è svolto qualche settimana fa un workshop che ha riunito diversi tecnici e ricercatori provenienti da vari Paesi del Mediterraneo, ospitati in Sicilia da Svimed nell'ambito del progetto europeo Protechmed (di cui avevamo già parlato qui).
Il Sicily Camp – questo il nome della tre giorni – ha portato nel cuore della Fascia trasformata, in provincia di Ragusa, professionisti provenienti da Italia, Grecia, Tunisia, Turchia, Libano e Malta. Alla base di tutto, il dialogo professionale e la condivisione di conoscenze con un approccio che ha cercato di mettere insieme sapere agronomico e innovazione tecnologica. È per questo che i partecipanti hanno visitato diverse realtà del territorio: la serra aeroponica di Moncada Op a Ispica, l'azienda Causarano a Donnalucata per l'approccio basato su sensori e Internet of Things, l'azienda agricola Isolagrande a Vittoria specializzata in idroponica, le serre agrivoltaiche del progetto Serra Archimede di Regran (sul quale ci riserviamo di approfondire in futuro) e infine l'azienda Alba Bio per la produzione biologica.
Al di là delle questioni tecniche che hanno caratterizzato queste visite – fuori suolo e sensoristica i temi più ricorrenti – quello che qui ci preme sottolineare, e che poi ha rappresentato la vera novità, è la metodologia con cui persone provenienti da Paesi diversi si sono ritrovate in poche ore a condividere informazioni e conoscenze per trarne spunti da portare poi nelle loro realtà. Ma è un atteggiamento che non si improvvisa: deve essere facilitato. Uno dei principali fautori di questa facilitazione è stato Paolo Martinez, che lo fa per lavoro.

Un "micelio" che connette i Paesi
Martinez ha coordinato i facilitatori del Sicily Camp e racconta il senso del lavoro svolto. «Protechmed è un progetto molto tecnico, tratta di aspetti legati a sensori e strumenti digitali, ma l'innovazione è anche un processo sociale», spiega. «Quello che abbiamo fatto è aggiungere degli elementi a queste riunioni, a queste visite, per rompere la zona di comfort in uno spazio dove tutti potevano tranquillamente conoscersi, condividere le loro idee e opinioni». I partecipanti sono stati suddivisi in gruppi trasversali, composti da persone di diversi Paesi, con il compito di esplorare insieme le tecnologie e le soluzioni viste in campo. «Ma soprattutto», sottolinea Martinez, «hanno iniziato a creare relazioni dirette tra loro. Imparare quali erano i problemi di un Paese rispetto all'altro ha rafforzato la connessione tra di loro, come una sorta di micelio nel terreno».

Dal campo al living lab
La giornata conclusiva, dopo due giorni di visite nelle aziende del territorio, si è tenuta nell'aula magna del Consorzio Universitario di Ragusa Ibla, con il workshop Co-design of technological solutions for sustainable horticulture in the Mediterranean region. Nella prima parte della mattinata le delegazioni hanno approfondito le buone pratiche delle aziende visitate e preso parte a incontri B2B per trasformare le osservazioni registrate in campo in piani operativi: si è discusso di gestione dell'acqua e dei nutrienti, efficienza energetica, piattaforme IoT e Dss, gestione integrata dei parassiti e economia circolare.
Nella seconda parte, attraverso la metodologia del living lab (un ambiente reale in cui persone, organizzazioni e ricercatori collaborano per testare, co-creare e migliorare nuove tecnologie, servizi, prodotti o politiche), i partecipanti sono stati divisi in cinque gruppi paralleli che hanno lavorato su altrettante azioni pilota:
- digitalizzazione e sistemi fuori suolo con assistenza remota tramite smart glasses;
- innovazioni nelle vertical farm;
- gestione intelligente dell'acqua con sistemi di supporto alle decisioni;
- biologico e gestione avanzata dei nutrienti.
Il risultato più concreto di questi incontri, secondo Martinez, è stata la traduzione della teoria in soluzioni applicabili dai partecipanti nelle rispettive realtà. «Il Sicily Camp è stato il momento più importante del lavoro fatto insieme», racconta, «perché oltre alle visite di approfondimento nelle aziende che ci hanno ospitato, stiamo lavorando su un'attività che prevede la creazione di serre pilota nei diversi paesi coordinatori del progetto». L'idea è «far vivere la stessa esperienza che i partecipanti hanno avuto qui, riproducendo a livello locale delle serre che diventano, nel concetto dei living lab, aree dove fare ricerca e vedere dal vivo come funzionano queste tecnologie: per esempio quanto si risparmia in acqua, come si produce energia elettrica».

I prossimi passi: serre pilota e modelli di business
Dall'incontro del Sicily Camp nasceranno specifiche tecniche che aiuteranno a costruire o implementare queste tecnologie nelle serre dei diversi paesi partner. Seguiranno attività locali con imprese e centri di ricerca. «Nei vari passi del progetto, che va avanti per i prossimi due anni e mezzo ancora, con altri incontri in presenza, a livello locale e online, si arriverà anche a una quarantina di modelli di idee di business», spiega Martinez, «che potrebbero essere accordi commerciali o trasferimenti tecnologici, sia tra i partner, sia a livello nazionale».
Per concludere con una visione un po' più ampia riportiamo qualche parola dall'intervento al workshop del professor Pierluigi Catalfo, docente di economia aziendale all'Università di Catania: «Collaborazioni e contaminazioni tecnologiche diventano strade per costruire una pace più stabile tra paesi. Questo progetto, orientato allo sviluppo di un'agricoltura innovativa, è un campo di prova importantissimo per tutte le colture mediterranee protette. Colture e culture, aggiungerei. E quindi diventa un fatto importante non solo dal punto di vista tecnologico ma anche da quello manageriale e culturale».
Agrovision: gli occhiali intelligenti per la gestione della serra da remoto
Al centro di alcune delle visite in campo e delle discussioni tecniche del Sicily Camp c'erano gli smart glasses Agrovision. Una sorta di occhiali super tecnologici, sviluppati nell'ambito del progetto pilota Protechmed in Sicilia e attualmente in fase di test presso l'azienda Op Moncada di Ispica. Il sistema si basa sull'infrastruttura digitale già implementata nel progetto: sensori e unità di controllo raccolgono dati ambientali e agronomici – temperatura, umidità, parametri di irrigazione – e li trasmettono a una piattaforma software che li elabora e presenta su un'unica interfaccia.
L'operatore che lavora in serra, indossando gli smart glasses, può visualizzare queste informazioni in tempo reale e ricevere simultaneamente il supporto di un tecnico collegato da remoto. Come ha spiegato Giovanni Iacono, presidente di Svimed Ets, «questo sistema permette a un agronomo o a un tecnico fitosanitario di valutare lo stato delle piante in tempo reale e individuare eventuali patologie senza essere fisicamente sul posto. La tecnologia consente inoltre di collegare più esperti alla stessa sessione tramite multicall e, grazie alla traduzione automatica, abbatte le barriere linguistiche tra partner internazionali».
La generazione automatica di report digitali in Pdf, completi di immagini e note, garantisce infine la tracciabilità di tutto il lavoro svolto. I partecipanti al Sicily Camp hanno concordato che i prossimi sviluppi dovranno includere protocolli chiari per l'acquisizione dei dati, la frequenza dei sopralluoghi e la reportistica, così da rendere il sistema replicabile e pronto per una futura integrazione con l'intelligenza artificiale applicata al rilevamento di stress, anomalie e patologie delle colture.









